Vita da cooperanti

Diario di viaggio dall'altro capo del mondo

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finchè dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che. Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual’è il nome del vento che sta asciugando il bucato. Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia. Considero valore l’uso del verbo amare e l’ ipotesi che esista un creatore. Molti di questi valori non ho conosciuto. Erri De Luca, da Opera sull’acqua e altre poesie, 2002, Einaudi - La vita di una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’ insieme. Non perchè conti di più dei precedenti ma perchè inclusi in una vita gli avvenimenti si dispongono in un ordine che non è cronologico, ma risponde a un’architettura interna. Italo Calvino - L’ illuminismo è l’uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’ incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! è dunque il motto dell’ illuminismo. Immanuel Kant - I dolori hanno una chiave di violino per chi è musicista di dentro. Una verità può essere colta da un passante, un estraneo può trasmetterla più fedelmente di chi la conosce e la patisce. Si stampa a caldo e a caso il dolore degli altri su di noi. Erri De Luca, da Il contrario di uno, 2003, Feltrinelli - Paesi in via di sviluppo è il nome con cui gli esperti designano i paesi travolti dallo sviluppo altrui. Secondo le Nazioni Unite, i paesi in via di sviluppo mandano denaro nei paesi sviluppati, attraverso le squilibrate relazioni commerciali e finanziarie, per un totale dieci volte superiore a quello che ricevono in aiuti esterni. Eduardo Galeano, da A testa in giù, 1998, Sperling & Kupfer - Nel convoglio di maggio in Bosnia, Maura è al suo terzo viaggio. Si è laureata da poco. E' perciò solo da poco che ignora il suo avvenire. In disparte durante lo scarico dei nostri furgoni in un campo profughi, la guardo: fa amicizia con donne mussulmane, quasi tutte vedove, in fuga da Srebrenica. Mi dice guardando lo scarico: "Non ci provo nemmeno a essere utile". Mi incuriosisco e ci si mette a scherzare sulla nostra inutilità. Lei insiste: "Solo venendo qui mi accorgo di quanto io sia inutile, di come incolmabile sia la sproporzione tra la loro pena e il mio aiuto". Al ventesimo viaggio da queste parti mi sento di sottoscrivere le sue frasi. La incalzo dicendole quanto sia migliore la nostra compiuta inutilità quaggiù rispetto alla nostra magra utilità domestica. Qui si impara qualcosa sulle nostre pretese di esseri umani, qui si incassa una buona lezione senza rinunciare all’impulso di tentare qualcosa, anche una visita, per non lasciare sola questa umanità. Allora sorride, dice che non cambierebbe la sua inutilità qui con qualunque altro successo. E' un pensiero grande per chi ha fatto il suo dovere di studi a casa e non ha uno straccio di prospettiva di metterlo a frutto. E mi pare di riscoltare i miei diciotto anni quando cantavo dietro a Dylan: She knows that there is no success like failure, lei sa che non c’è successo simile al fallimento. Erri De Luca, da Alzaia, 2004, Feltrinelli

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giovedì, 31 luglio 2008

Vita da sicari

Ad ogni arrivo a San Lorenzo temo il bollettino di guerra del mio collega Pedro.

Mi racconta che ieri sono stati assassinati altri due sicari. E che dai conti fatti ne rimarrebbero solo cinque.

Ogni morte è un evento.
Chi gioisce perchè finiscono le sue pene. Minacce, estorsioni, assalti, furti.
Chi piange un amico, un familiare, un marito defunto.

Erano amici di Pedro dai tempi del liceo.
San Lorenzo è un pugno di case. Si conoscono tutti. È normale avere un vicino sicario.
Tutto sta nel definire la giusta distanza.
La tentazione è forte. La povertà morde. Spesso è l’occasione a scegliere per te.

L’espressione di interdizione stampata sulla mia faccia fa credere a Pedro che manchi sensazionalismo al suo racconto.
Decide di fornirmi più dettagli sulla vita dei sicari. Come si possono contrattare. Quanto sono pagati. Quali metodi intimidatori usano per minacciare le vittime che qualcuno ha scelto come bersagli. Come si proteggono e proteggono il mandante.
Ne esce uno spaccato di umanità al limite.

Ma emerge in fondo il loro essere umani, vulnerabili, fallibili.
Da cacciatori a prede.
Uccisi una domenica pomeriggio davanti al bar dove i vecchi giocano a carte e i giovani chiacchierano di donne, tra una birra e la musica assordante.

La polizia a un passo. Non muove un dito. Si affaccia senza fretta sul luogo del reato. La gente accorre. Finalmente li può guardare senza più temerli. Inermi. Incapaci di nuocere.

E la lista, che ognuno nel villaggio segretamente aggiorna, si riduce. Come in una battaglia navale. Si contano perdite e sopravvissuti.
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categorie: il progetto in esmeraldas
venerdì, 25 luglio 2008

Di necessità virtù

Mataje è territorio ecuatoriano in questo confine limbo che il fiume omonimo ridisegna a ogni passaggio d’onda.

Visito il professore del collegio a distanza che ogni mercoledi riceve i dieci alunni, quando si presentano.

È giovane e spigliato. Racconta dei suoi otto anni in questo villaggio di passaggio tra due mondi, Colombia e Ecaudor. È anche direttore della scuola e passa 5 giorni a settimana qui in frontiera. Lui, cittadino di città. Arriva da Esmeraldas e per accompagnare le sue notti di zanzare e grilli ha deciso di avere una compagna anche in questa zona rurale. Lui, cittadino di città. Con moglie e figli in città. Ed una famiglia agreste in frontiera.

Mataje, paradiso per pochi. Ameno posto di vacanza e svago fino a una decina d’anni fa. Poi la guerra dell’altro lato ha steso i tentacoli oltre il fiume. Ora nessuno vuole più andare a Mataje. Non è sicuro, dicono. Non più come una volta.

Nel posto più strategico del villaggio vive un’anziana signora dalle mani giovani e la pelle cotta dal sole. Ci siediamo tra galline e cani e cominciano ad apparire i vari membri della famiglia. Uno alla volta. Anche lei racconta. È li dal 1952, quando il villaggio fu fondato. Ascoltarla è come leggere un libro.

Quando mi riavvicino alla macchina per andare, mi accorgo che una movimentata folla di bambini ha sistemato le cartelle nel portabagagli e si è adagiata con precisione svizzera su tutti i sedili, come a comporre un allegro e colorato puzzle umano.

Li guardo sorridendo e, dal sorriso consenziente di Teofilo che mi aspetta, capisco che gli ha promesso uno strappo in macchina sulla via del ritorno a casa.

Mi adagio nel poco spazio rimasto sul sedile posteriore e in meno di un secondo mi riempiono di domande curiose: chi sei, che fai, come ti chiami, da dove vieni, dove vai, dove vivi.

Mi raccontano dei loro vari legami di parentela e mi dicono che vivono tutti in una piantagione di palme non lontano. Che il padre lavora nella piantagione e che loro vivevano da un’altra parte. Lì dove hanno una vera casa, con i letti, le finestre. Poi il padre ha deciso che moglie e figli dovevano raggiungerlo e quindi si sono trovati catapultati in mezzo alla selva, circondati da palme africane e con la scuola a tre kilometri da percorrere a piedi tutti i giorni, pioggia permettendo.

 Ma oggi non è andata cosi. Grazie a un fortunato autostop possono arrivare prima a pranzo. Li aspetta una sopa (brodo) di fagioli e un verde asado (banana arrostita) e tante calorie non bruciate nella corsa a piedi verso casa.

postato da cinziafaiella alle ore 14:52 | link | commenti (2)
categorie: il progetto in esmeraldas
giovedì, 26 giugno 2008

La selva

La selva è inospitale. Lo capisci anche solo visitandola per pochi giorni. Lo sperimenti sulla tua pelle se ci vivi per due anni. Alle 6 del mattino è tutto un risvegliarsi di rumori che sbadigliano. Il bus che arriva da Quito carico di passeggeri sonnolenti dopo un viaggio di otto ore in picchiata dai 2800 metri di altitudine della capitale, facendo lo slalom tra la nebbia e la vegetazione che divora l’asfalto. Un sussulto a ogni curva, accompagnato dalla musica a tutto volume che stordisce e indolenzisce.

Ho cominciato a credere che la usino come anestetico, in maniera da alterare il livello di percezione sensoriale dei passeggeri e distrarli dalle acrobazie spericolate di autisti senza scrupoli e dai burroni che si sfiorano ad ogni giro di volante. Al capolinea, giusto sotto la mia finestra, i taxi in attesa di clienti improvvisano un concerto di clacson. Come se i passeggeri anestetizzati avessero bisogno di essere riportati alla realtà, dopo ore di incoscienza.

E’ questa la mia sveglia del mattino. L’accompagna la voce stridula del venditore di humitas (uno spuntino a base di mais tritato, avvolto in una foglia di banana) che mi resta in testa tutto il giorno. E in meno di una frazione di secondo mi ritorna in mente la cantilena estenuante dei senza tetto delle strade di Liverpool che vendevano il giornale per raccimolare spiccioli per la giornata . The Big Issue, please. For the homeless, please.

Resisto e tengo ancora un occhio chiuso, cercando di strappare minuti a questo giorno che entra a forza dalle finestre. Non oppongo più resistenza quando arriva il campanello del triciclo che raccoglie avanzi e resti del giorno prima. Con mani senza guanti, mi impressiona l’abilità con la quale risistemano cumuli di immondizia disordinata sul carretto, ottimizzando spazi e vuoti.

La selva è inospitale, mi ripeto. Mi alzo con addosso l’umidità di una notte di pioggia senza tregua. Qui non piove. Cade il cielo. Solo due anni fa mi interrogavo ingenuamente sull’architettura delle case nella selva. Quelle che non sono di legno. Facciate ricoperte di mattonelle da bagno. Nei casi più originali, disposte come a comporre disegni e geometrie di rispettabile gusto astratto. La pioggia è la risposta. Le pioggie amazzoniche. Le pareti della casa sudano acqua anche all’interno, nonostante l’effetto mattonelle da bagno sulla facciata esterna. Le ossa fanno male.

La selva ti trasforma. Ti carichi di umidità. Il corpo si ingrossa. La selva la puoi sentire negli odori. Terra bagnata, foglie, muffa. E impari a convivere con ogni sorta di insetto dai colori più svariati. Farfalle giganti da confondere con pipistrelli. Scarafaggi con le ali (cucarachas) da fare invidia al Gregorio Samsa di kafkiana memoria.

Un ultimo sguardo alla finestra prima della doccia. Guardo la gente, indiffarata nelle piccole cose che ci riempiono la vita. E mi chiedo. E chiedo loro.

Ma che ci facciamo in questo posto sperduto del mondo?
postato da cinziafaiella alle ore 21:18 | link | commenti (2)
categorie: destinazione lago agrio
lunedì, 03 marzo 2008

Frontiera

Al confine nord dell’Ecuador c’è proccupazione dopo l’incidente diplomatico dello scorso fine settimana, che ha segnato l’ulteriore inasprimento delle relazioni con la limitrofa Colombia.

Lo chiamano “l’Oriente”, l’oriente ecuatoriano. Una fascia longitudinale di selva amazzonica che unisce la Colombia con il Peru. La provincia di Sucumbios è la provincia nord dell’Oriente che confina con il Dipartimento colombiano del Putumayo. Lago Agrio ne è la capitale. Villaggio di petrolio e prostitute, como lo descrive la guida Lonely Planet, la più venduta al mondo e quella che disincentiva  i turisti dall’ addentrarsi a esplorare la Amazzonia nord del paese.

Lago Agrio è un villaggio senza storia. La prima generazione nata in questa zona oggi ha solo trent’anni.

I genitori si trasferirono qui negli anni ’70 durante il boom dell’estrazione petrolifera, sfuggendo la siccità della città di Loja nel sud del paese e alla ricerca di un lavoro redditizio nel settore dell’oro nero.

I texani delle prime imprese petrolifere la chiamarono ‘Lago Acre’ dalla loro ciità di origine Sour Lake. Gli ecuadoregni la ribattezzarono Nueva Loja, in ricordo della terra lasciata in cerca di fortuna nella selva.

Vivere nella zona di frontiera è come vivere in un limbo. Ci sono regole e tutte le possibili eccezioni alle regole. C’è un melting pot di ecuadoregni e colombiani, di afrodiscendenti e indigeni. Ci sono i sicari, i membri di gruppi armati, i comuni delinquenti, gli strozzini e tanta gente comune. Esistono i pendolari. Contadini che attraversano il confine in cerca di lavoro nelle piantagioni di coca.

Si vive del commercio. Si commercia l’impossibile, dalla frutta alla carne, dai mobili alle scarpe, dagli elettrodomestici alle automobili, dal gas da cucina alla ‘gasolina blanca’, utilizzata nel processo di raffinazione della cocaina.

Attraversi un fiume e sei in Colombia.

La popolazione dei due paesi che si riconoscono come ‘paesi fratelli’ è un tutt’uno di reti familiari e legami di parentela. Stessi cognomi, stessi tratti somatici. Solo il loro particolare modo di parlare li tradisce. I colombiani, stigmatizzati e discriminati, finiscono comunque con integrarsi, confondersi tra i locali.

Non fa notizia sapere che esponenti di gruppi armati siano presenti sul territorio ecuadoregno. La loro isola di ‘descanso’ (riposo). E giusto durante il sonno sono stati eliminati 17 membri delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC), tra i quali il numero due Raul Reyes. Si trovavano a Santa Rosa, una piccola comunità lungo il fiume San Miguel, a 2 km della ipotetica linea di confine con la Colombia, in piena giurisdizione ecuadoregna.

Durissima la risposta di Correa, presidente dell’Ecuador, ancora col dente avvelenato per la storia degli sconfinamenti degli aerei militari colombiani durante le fumigazioni aeree delle piantagioni di coca.

La frontiera nord orientale è battuta da militari ecuadoregni, accompagnati dai militari colombiani sull’altra sponda.

La gente delle comunità di frontiera teme quello che succederà quando l’esercito ecuadoregno li abbandonerà. Si mormora che l’esercito colombiano sta già facendo operazioni di intelligence alla ricerca di possibili complici, indiziati, potenziali guerriglieri. Il timore è che possa sconfinare ancora una volta in territorio ecuadoregno. Si dice che in Piñuna Negra (comunità colombiana lungo il fiume Putumayo) siano già sparite 15 persone, prelevate dall’esercito colombiano.

La principale preoccupazione delle organizzazioni internazionali che lavorano in zona è il possibile sfollamento di colombiani verso l’Ecuador e di ecuadoregni che tentano di allontanarsi il più possibile dalla linea di frontiera.

Intanto a Lago Agrio la vita di tutti i giorni continua. Il signore col triciclo pieno di bombole di gas, la signora che vende succhi di aloe vera che fanno miracoli, il carretto-barbecue con spiedini di carne e banana arrostita, i bus che si muovono agili e noncuranti tra strade sterrate e piene di buchi, il venditore di empanadas con la cesta in testa, la musica del reggaeton fa da sottofondo.

Se non fosse per i due aerei militari parcheggiati sulla corta pista dell’aereoporto, nemmeno ci accorgeremmo di essere a un passo dalla guerra.
postato da cinziafaiella alle ore 21:19 | link | commenti (2)
categorie: destinazione lago agrio
domenica, 22 luglio 2007

La vita è fatta per essere felici

Betzy ha 13 anni. E un fratellino disabile di soli 5 anni. Una famiglia numerosa la sua. Da pochi mesi vive in Ecuador. Lei e Jaime sono figli dello stesso padre. Gli altri quattro sono fratellastri figli della stessa madre. Mi parla con la spigliatezza di una donna e con una dovizia di particolari da fare invidia ai racconti in napoletano di mia nonna.

Il vero padre li ha abbandonati quando erano piccoli. Non ha voluto più sapere nulla di loro. Ha cominciato una nuova vita. Nuovi figli. Poi quando sono cresciuti, lui si è rifatto vivo. Reclamando il suo diritto di padre.

Troppo tardi, dice Betzy. Dove era quando i soldi non bastavano per andare a scuola, quando ero ammalata e mi toccava rimanermene sola in casa, quando avrei avuto voglia di una passeggiata al parco mano nella mano. Mi manca. Ma non posso dimenticare. Non subito almeno.

Betzy racconta mentre facciamo lo slalom per le strade di Esmeraldas tra carretti della frutta, macchine parcheggiate in terza fila, marciapiedi da equilibrista. Camminiamo in gruppo alla ricerca di zaini, scarpe, libri, uniformi per ricominciare ad andare a scuola il prossimo lunedi.

Crisman si tiene in disparte dal gruppo. Ha la faccia triste. Anche lui con la sua lotta quotidiana da affrontare. Senza soldi, senza alternative. Gli altri del gruppo lo invitano a partecipare alle conversazioni. Lui accenna un sorriso timido.

Betzy lo guarda e sorride. La vita è fatta per essere felici, dice dalla saggezza dei suoi pochi anni e di una vita già da adulta.

postato da cinziafaiella alle ore 16:10 | link | commenti (5)
categorie: il progetto in esmeraldas
lunedì, 16 luglio 2007

L’età dei lumi

Sobbalzo in piena notte, svegliata da urla sotto la mia finestra. Mi ricordo che in questa nuova casa sono al quarto piano e per un attimo riprendo fiato. Mi nascondo dietro le tende e sbircio fuori. Mai accorrere alla finestra, ho imparato vivendo in questi posti. Una bala perdida (colpo in aria) potrebbe essere destinato a te.

Tre uomini nella strada desolata delle tre di notte. Un negro a torso nudo discute con due meticci completamente ubriachi. Rivendica il suo diritto ad essere rispettato. A non essere accusato di aver rubato per il solo fatto di essere nero. Gli altri due barcollano. Uno di loro nel mezzo, nel tentativo di evitare il litigio. Invano.

Il negro inascoltato decide di farsi giustizia da solo. Si sfila la cintura e comincia a linciare i malcapitati, incapaci di sfuggire ai colpi inferti e impossibilitati dall’alcool nella corsa.

Me ne torno a letto pensando a quanto l’età dei lumi ha inciso sulla mia vita.

postato da cinziafaiella alle ore 14:42 | link | commenti
categorie: destinazione lago agrio
giovedì, 12 luglio 2007

Storie di ordinaria follia

Trascorro tre giorni di lavoro a Esmeraldas, dopo un fine settimana lungo il fiume Cayapas in visita a comunità afro. Quattro ore di canoa dal villaggio di Borbon, da me ribattezzato Bor-Bronx, dato l’alto tasso di morti e sparatorie.

Carica di energia, comincio la prima intervista. Un giovane nero accompagnato dalla madre. Una signora sulla quarantina, magra, dai tratti indigeni. Roby ha gli occhi vispi che contrastano la tristezza che trapela da quelli di sua madre. Con l’aria di una persona stanca dopo aver lottato tanto, mi racconta che il marito è in carcere. Lo ha denunciato lei. Dopo aver scoperto da poco che il padre violentava la figlia di soli 13 anni.

Incredula più per la pacatezza della madre che per la storia di ordinaria follia, devo aver mostrato uno sguardo perplesso, perchè la signora si affretta ad aggiungere che aveva scoperto che il marito aveva abusato anche di sua nipote, qualche anno più grande della figlia. Ingoio un boccone amaro e le suggerisco di venire a visitarmi di nuovo in compagnia di sua figlia.

Il giorno dopo arriva Luisa, 13 anni, completata la quarta elementare. Non ha potuto studiare in Colombia a causa dei continui spostamenti della famiglia, in fuga dai gruppi armati. Da soli quattro mesi è approdata in Ecuador e un’altra tempesta si è abbattuta sulla sua famiglia, sulla sua vita.

Mi aspettavo una donna fatta. E invece vedo solo due occhi grandi rabbiosi in un corpo da bambina, senza forme.

E maledico il genere umano.

postato da cinziafaiella alle ore 11:50 | link | commenti
categorie: il progetto in esmeraldas


Sono una persona come tante altre.
Laurea in Economia, tre anni tra
Inghilterra e Belgio, quattro anni
come consulente a Milano, la voglia
di rimettermi in gioco ed un master
in cooperazione allo sviluppo nelle
aree rurali dei paesi del sud del
mondo.

Questi gli ingredienti di una esperienza che ha cambiato
tante cose nella mia vita e che mi
fa sentire speciale e fortunata.

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