Mataje è territorio ecuatoriano in questo confine limbo che il fiume omonimo ridisegna a ogni passaggio d’onda.
Visito il professore del collegio a distanza che ogni mercoledi riceve i dieci alunni, quando si presentano.
È giovane e spigliato. Racconta dei suoi otto anni in questo villaggio di passaggio tra due mondi, Colombia e Ecaudor. È anche direttore della scuola e passa 5 giorni a settimana qui in frontiera. Lui, cittadino di città. Arriva da Esmeraldas e per accompagnare le sue notti di zanzare e grilli ha deciso di avere una compagna anche in questa zona rurale. Lui, cittadino di città. Con moglie e figli in città. Ed una famiglia agreste in frontiera.
Mataje, paradiso per pochi. Ameno posto di vacanza e svago fino a una decina d’anni fa. Poi la guerra dell’altro lato ha steso i tentacoli oltre il fiume. Ora nessuno vuole più andare a Mataje. Non è sicuro, dicono. Non più come una volta.
Nel posto più strategico del villaggio vive un’anziana signora dalle mani giovani e la pelle cotta dal sole. Ci siediamo tra galline e cani e cominciano ad apparire i vari membri della famiglia. Uno alla volta. Anche lei racconta. È li dal 1952, quando il villaggio fu fondato. Ascoltarla è come leggere un libro.
Quando mi riavvicino alla macchina per andare, mi accorgo che una movimentata folla di bambini ha sistemato le cartelle nel portabagagli e si è adagiata con precisione svizzera su tutti i sedili, come a comporre un allegro e colorato puzzle umano.
Li guardo sorridendo e, dal sorriso consenziente di Teofilo che mi aspetta, capisco che gli ha promesso uno strappo in macchina sulla via del ritorno a casa.
Mi adagio nel poco spazio rimasto sul sedile posteriore e in meno di un secondo mi riempiono di domande curiose: chi sei, che fai, come ti chiami, da dove vieni, dove vai, dove vivi.
Mi raccontano dei loro vari legami di parentela e mi dicono che vivono tutti in una piantagione di palme non lontano. Che il padre lavora nella piantagione e che loro vivevano da un’altra parte. Lì dove hanno una vera casa, con i letti, le finestre. Poi il padre ha deciso che moglie e figli dovevano raggiungerlo e quindi si sono trovati catapultati in mezzo alla selva, circondati da palme africane e con la scuola a tre kilometri da percorrere a piedi tutti i giorni, pioggia permettendo.
Betzy ha 13 anni. E un fratellino disabile di soli 5 anni. Una famiglia numerosa la sua. Da pochi mesi vive in Ecuador. Lei e Jaime sono figli dello stesso padre. Gli altri quattro sono fratellastri figli della stessa madre. Mi parla con la spigliatezza di una donna e con una dovizia di particolari da fare invidia ai racconti in napoletano di mia nonna.
Il vero padre li ha abbandonati quando erano piccoli. Non ha voluto più sapere nulla di loro. Ha cominciato una nuova vita. Nuovi figli. Poi quando sono cresciuti, lui si è rifatto vivo. Reclamando il suo diritto di padre.
Troppo tardi, dice Betzy. Dove era quando i soldi non bastavano per andare a scuola, quando ero ammalata e mi toccava rimanermene sola in casa, quando avrei avuto voglia di una passeggiata al parco mano nella mano. Mi manca. Ma non posso dimenticare. Non subito almeno.
Betzy racconta mentre facciamo lo slalom per le strade di Esmeraldas tra carretti della frutta, macchine parcheggiate in terza fila, marciapiedi da equilibrista. Camminiamo in gruppo alla ricerca di zaini, scarpe, libri, uniformi per ricominciare ad andare a scuola il prossimo lunedi.
Crisman si tiene in disparte dal gruppo. Ha la faccia triste. Anche lui con la sua lotta quotidiana da affrontare. Senza soldi, senza alternative. Gli altri del gruppo lo invitano a partecipare alle conversazioni. Lui accenna un sorriso timido.
Betzy lo guarda e sorride. La vita è fatta per essere felici, dice dalla saggezza dei suoi pochi anni e di una vita già da adulta.
Sobbalzo in piena notte, svegliata da urla sotto la mia finestra. Mi ricordo che in questa nuova casa sono al quarto piano e per un attimo riprendo fiato. Mi nascondo dietro le tende e sbircio fuori. Mai accorrere alla finestra, ho imparato vivendo in questi posti. Una bala perdida (colpo in aria) potrebbe essere destinato a te.
Tre uomini nella strada desolata delle tre di notte. Un negro a torso nudo discute con due meticci completamente ubriachi. Rivendica il suo diritto ad essere rispettato. A non essere accusato di aver rubato per il solo fatto di essere nero. Gli altri due barcollano. Uno di loro nel mezzo, nel tentativo di evitare il litigio. Invano.
Il negro inascoltato decide di farsi giustizia da solo. Si sfila la cintura e comincia a linciare i malcapitati, incapaci di sfuggire ai colpi inferti e impossibilitati dall’alcool nella corsa.
Me ne torno a letto pensando a quanto l’età dei lumi ha inciso sulla mia vita.
Trascorro tre giorni di lavoro a Esmeraldas, dopo un fine settimana lungo il fiume Cayapas in visita a comunità afro. Quattro ore di canoa dal villaggio di Borbon, da me ribattezzato Bor-Bronx, dato l’alto tasso di morti e sparatorie.
Carica di energia, comincio la prima intervista. Un giovane nero accompagnato dalla madre. Una signora sulla quarantina, magra, dai tratti indigeni. Roby ha gli occhi vispi che contrastano la tristezza che trapela da quelli di sua madre. Con l’aria di una persona stanca dopo aver lottato tanto, mi racconta che il marito è in carcere. Lo ha denunciato lei. Dopo aver scoperto da poco che il padre violentava la figlia di soli 13 anni.
Incredula più per la pacatezza della madre che per la storia di ordinaria follia, devo aver mostrato uno sguardo perplesso, perchè la signora si affretta ad aggiungere che aveva scoperto che il marito aveva abusato anche di sua nipote, qualche anno più grande della figlia. Ingoio un boccone amaro e le suggerisco di venire a visitarmi di nuovo in compagnia di sua figlia.
Il giorno dopo arriva Luisa, 13 anni, completata la quarta elementare. Non ha potuto studiare in Colombia a causa dei continui spostamenti della famiglia, in fuga dai gruppi armati. Da soli quattro mesi è approdata in Ecuador e un’altra tempesta si è abbattuta sulla sua famiglia, sulla sua vita.
Mi aspettavo una donna fatta. E invece vedo solo due occhi grandi rabbiosi in un corpo da bambina, senza forme.
E maledico il genere umano.